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Il muro dei ricordi

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Progetto Parco Multisensoriale-Beni comuni

In questa azione è stata coinvolta la comunità nella raccolta di testimonianze su Clarice Zanella.

Raccolta di informazioni sulla sua vita e i racconti di chi l’ha conosciuta.

Clarice Zanella

Clarice Zanella è stata ostetrica a Lodè dal 1940.

È nata a Sustinente in Lombardia il 3 luglio 1915 e ha trascorso la sua infanzia con le due sorelle, la madre Virginia e il padre Emilio. Ha studiato a Milano dove si è diplomata nel 1939. Fresca di titolo ha ottenuto l’assegnazione di condotta ostetrica per sercitare la professione a Lodè. Nel febbraio del 1940 Giovanni Addis e Petronilla Depalmas l’accolgono nella loro casa, in via Giusti. Inizialmente Clarice viveva nella casa Addis pagando l’affitto, ma poi fu accolta come una di famiglia.

Veniva chiamata “sa Signorina” per i suoi modi gentili e per gli abiti eleganti. Riceveva uno stipendio e da Nuoro arrivavano pacchi pieni di tutto l’occorrente per svolgere al meglio il suo lavoro. A Lodè molti si rivolgevano a lei che era sempre disponibile e paziente; dalle 7:30 il cortile di casa sua era pieno di persone. Affrontava le punture, disinfettava e medicava le ferite e se necessario dava un sostegno morale ed economico. All’inizio non amava i sapori forti della cucina lodeina, ma poi ha iniziato ad apprezzare le nostre specialità.

Clarice Zanella è stata a Lodè per oltre cinquant’anni e per ben due volte altre ostetriche hanno avuto l’incarico di venire nel nostro paese, ma hanno dovuto rinunciare per l’immediata protesta di tutta la comunità appoggiata dal consiglio comunale

Nel 1985 è stata premiata con la medaglia d’oro dal Collegio Provinciale delle Ostetriche di Nuoro. Aveva una mentalità aperta, non aveva pregiudizi, era devota a Santa Rita e prima di morire Delia con il marito Giovanni ne hanno esaudito il desiderio e l’hanno portata a Cascia.

Il 12 novembre 1994, dopo essere stata ricoverata a Cagliari per un controllo generale, è morta d’infarto; il giorno dopo è stata portata a Lodè per il funerale e oggi è ancora tra noi, riposa nel cimitero del paese.

Testimonianze di chi l’ha conosciuta

Fin da quando riesco a ricordare, Clarice Zanella è stata una presenza costante nella mia vita. A Lodè tutti la chiamavano sa signorina o sa levatrice, ma per me era semplicemente Clarice, la mia madrina. I miei genitori l’avevano scelta perché con lei non c’era solo stima: c’era un legame profondo, quasi familiare, fatto di fiducia e di affetto sincero. Da bambina andavo da lei ogni giorno. Appena entravo nella sua casa, mi accoglieva con quella sua dolcezza naturale, mi stringeva a sé e mi faceva sentire speciale. Non era un modo di fare riservato solo ai più piccoli: anche quando sono cresciuta, anche negli ultimi anni della sua vita, con lei mi sentivo sempre a mio agio, come se il tempo non avesse mai scalfito il nostro rapporto. Clarice aveva un dono raro: un altruismo che non aveva bisogno di parole. Era generosa, corretta, sempre pronta ad aiutare chiunque bussasse alla sua porta. La sua umiltà era la sua forza più grande, quella che la rendeva amata da tutta la comunità. Aveva un’empatia naturale verso la sofferenza altrui, una capacità di ascoltare e comprendere che la faceva diventare, per molti, una confidente preziosa. Il suo lavoro non era solo una professione: era una missione.
La vedevo uscire a qualsiasi ora, con qualsiasi tempo. Pioggia battente, neve, vento gelido… nulla la fermava. Ricordo ancora la nascita di mio fratello: rimase a casa nostra tre giorni interi, perché il parto era difficile. Eppure, anche in quei giorni, trovava il modo di rispondere alle chiamate di altre famiglie. Era ovunque servisse, instancabile. Spesso comprava lei stessa la biancheria o i panni per i neonati, perché sapeva che non tutti potevano
permetterseli. La sua piccola stanza era diventata un ambulatorio improvvisato, un punto di riferimento per tutto il paese. Non era solo un’ostetrica: era un’infermiera, una consigliera, una donna a cui affidare i propri pensieri più intimi. Tante volte, dopo aver ascoltato le confidenze di una donna, andava a parlare con il marito per cercare di ricucire rapporti, di riportare serenità. Uno dei ricordi più intensi che porto con me è il giorno in cui
rividero Lodè suo figlio e suo padre. La sua emozione era così forte che sembrava riempire l’aria. E poi, negli ultimi anni, vederla invecchiata, con la salute fragile… lei che era sempre stata così forte, così sana, con quella postura austera che la faceva sembrare indistruttibile. Mi faceva male, ma non le mancava mai il sorriso. Sapeva scherzare, ridere, accogliere gli scherzi con una leggerezza che non ho mai dimenticato. Aveva tanti pregi, così tanti che i suoi difetti si perdevano. Per Lodè è stata una figura di riferimento: ostetrica, infermiera, consigliera, confidente. Una donna capace di far
sentire chiunque compreso, accolto, al sicuro. Quando penso a lei, penso a una presenza buona e discreta, a una donna che ha amato il suo lavoro e la sua gente con una dedizione che oggi sembra quasi impossibile. E mi sento profondamente fortunata ad averla avuta come madrina, come guida silenziosa, come punto fermo della mia vita.

Agnese Farris

Mi chiamo Anna Maria Canu e porto dentro di me ricordi vivissimi di Clarice Zanella, sa signorina, l’ostetrica di Lodè. L’ho conosciuta fin da bambina: abitava proprio di fronte a casa di mia nonna, Maria Francesca Addis, e per me è sempre stata quasi una parente. Viveva da tzia Zemma e tziu Juanneddu, che erano i miei zii, e quella vicinanza quotidiana aveva creato una sorta di famiglia allargata, dove le porte erano sempre aperte e le vite si
intrecciavano naturalmente. Clarice era una figura centrale per il paese, soprattutto per le donne. Ostetrica di grande esperienza, era il punto di riferimento delle partorienti, non solo per la sua competenza, ma per l’umanità con cui si prendeva cura di ciascuna di loro. Anche se in paese c’era un medico, molti preferivano rivolgersi a lei: sapevano che non si sarebbe limitata a un parere professionale, ma avrebbe ascoltato, consolato, sostenuto. Era così che si comportava con tutti, soprattutto con chi aveva meno. Oltre al suo lavoro ufficiale, svolgeva volontariamente il ruolo di infermiera: faceva iniezioni, dava consigli, aiutava chiunque bussasse alla sua porta. E siccome a Lodè non c’era una farmacia, cercava di distribuire gratuitamente i pochi medicinali che aveva a disposizione. Non ricordo una sola volta in cui abbia negato aiuto a qualcuno. Aveva sempre una parola buona, un gesto gentile, una soluzione pratica. La gente, pur nella povertà, cercava di ricambiare come poteva: uova, frutta, un pezzo di formaggio, un po’ di carne. Doni semplici, ma pieni di gratitudine. Con tzia Pretunìllia, la madre di tzia Zemma, Clarice aveva un rapporto quasi simbiotico. E attraverso quel legame, anche noi abbiamo costruito con lei una relazione di fiducia e complicità, come se fosse davvero una nostra parente. Ma la sua capacità di
creare legami non si limitava al vicinato: era amata e rispettata da tutto il paese. La sua qualità più grande era la disponibilità. Non sapeva dire di no, nemmeno quando tornava stanca dal lavoro. La vedevo spesso mettersi ai fornelli per preparare qualcosa anche per gli altri, senza mai lamentarsi. Aveva un senso del dovere profondo, quasi naturale, e una sensibilità rara verso i problemi altrui. Quando nacque il mio primo figlio, fu lei a venire a casa, nonostante fosse già in pensione: lo visitò, mi insegnò come tenerlo in braccio, come lavarlo. Era così: presente, attenta, materna con tutti.
Una delle cose che più mi ha colpita, crescendo, è stata la sua capacità di adattarsi a un mondo così diverso dal suo. Veniva dalla zona di Mantova e si era ritrovata in una Sardegna povera, con condizioni igieniche difficili e case modeste. Eppure non ebbe mai esitazioni: svolse la sua missione con professionalità, rispetto e una dedizione che oggi sembra quasi incredibile. La sua empatia la rendeva anche un’ottima ascoltatrice: sapeva accogliere
confidenze e restituire consigli saggi, senza mai giudicare. Sa signorina ha lasciato un ricordo luminoso nel nostro paese. È stata una donna di grande valore, un esempio di umanità, di servizio e di amore verso la comunità che l’aveva accolta. Mi auguro davvero che le nuove generazioni possano conoscere la sua storia e comprendere quanto cuore, quanta abnegazione e quanta forza abbia donato a Lodè. Perché persone così non passano invano: restano e continuano a insegnare.

Anna Maria Canu

Sono Delia Farris, e quando penso a sa signorina, Clarice Zanella, mi sembra di ripercorrere tutta la mia vita. Sono nata nel 1964 e lei abitava a casa mia, quindi l’ho conosciuta praticamente da quando ero ancora in fasce e da allora il nostro legame è cresciuto come quello tra una madre e una figlia.
Sì, ho avuto due mamme: la mia mamma biologica, Gemma, e lei. È un dono raro, una grazia che ancora oggi mi commuove. Perché una mamma non è solo quella che ti mette al mondo, ma anche quella che ti alleva, che ti accompagna, che ti ama. E io sono stata allevata da entrambe. Clarice era arrivata a casa nostra nel 1939, molto prima che io nascessi, e quando aprii gli occhi per la prima volta la trovai lì, con il suo sorriso contagioso e quegli occhi limpidi che sembravano raccontare la sua anima buona. Per me è sempre stata parte della famiglia: una figlia per mia nonna Petronilla, una sorella per mia madre, una seconda mamma per me e i miei fratelli. Crescendo, mi portava ovunque. Mi insegnava tutto con una naturalezza che ancora oggi mi sorprende: a lavare e cambiare i neonati, a medicare, a fare le punture. Avevo sei o sette anni quando iniziai a esercitarmi sulle bambole, poi sulle persone. Lei si fidava di me, e quella fiducia, in un’epoca in cui le donne avevano poche possibilità, mi ha dato la forza di credere in me stessa. Mi
ha insegnato a diventare donna, a riconoscere il mio valore, a prendere decisioni con consapevolezza. Per Lodè, sa signorina era molto più di un’ostetrica. Era un punto di riferimento morale, economico, umano. Le famiglie erano numerose, la povertà tanta, e le nascite indesiderate all’ordine del giorno. Lei accoglieva tutti, senza distinzione. Donava ciò che aveva, anche quando era poco. Ricordo una mamma di cinque figli, disperata perché non aveva nulla: Clarice le diede tutti i suoi risparmi, senza esitare. E quando serviva, ritagliava i suoi abiti più belli, quelli portati da Milano, per farne camicine per i neonati. Io la aiutavo, facendo buchini nella stoffa come mi diceva lei, e mi sembrava di partecipare a un rito d’amore. Il suo arrivo a Lodè non fu semplice: veniva da Milano, fresca di studi, e non capiva una parola di sardo. Per un anno intero mia nonna la accompagnò ovunque, traducendo e sostenendola. Ma Clarice si adattò presto: imparò la lingua, si affezionò alla gente, e la gente si affezionò a lei. Raccontava ridendo il suo primo incontro con un piatto tipico di Lodè, su tataliu, che la terrorizzò perchè fatto di frattaglie di agnello, salvo poi diventare uno dei suoi cibi preferiti.
Era chiamata a tutte le ore, e lei era sempre pronta. Con la sua borsa piena dell’essenziale, affrontava pioggia, vento, neve, povertà e pericolo. Alcune volte capitò anche che la portassero a cavallo, soprattutto per far partorire mogli di latitanti. Non aveva paura e affrontava tutto senza pregiudizi e con estremo coraggio, nulla la fermava: lei era fedele alla missione scelta. Partorivano tre o quattro donne a notte, e lei era sempre presente. Ricordo un episodio che lei stessa amava raccontare: una notte fu chiamata da un marito, la moglie stava per partorire ma il bambino non voleva nascere. Nell’attesa, vicino al fuoco, condivisero pane, formaggio, miele e caffè d’orzo. Solo all’alba il bambino venne alla luce, e lei tornò a casa stanca ma felice, con il cuore pieno d’amore. Clarice era solare, instancabile, dinamica. Aveva un dono raro: sapeva far sentire uniche tutte le persone che incontrava. Per me era un’amica, una confidente. Mi fidavo ciecamente dei suoi consigli, che allora mi sembravano moderni, diversi da quelli delle altre donne del paese. Era una donna forte, ma anche fragile, segnata da sofferenze personali che però non hanno mai scalfito la sua bontà. Non accettava mai nulla in cambio. Diceva: “Se offrite a me, è come togliere ai vostri figli”. E lo diceva con una sincerità che non lasciava spazio a repliche. Amava i bambini più di ogni altra cosa: per lei erano tutti suoi figli adorati. Vorrei che le nuove generazioni conoscessero il suo coraggio, la sua forza, la sua indipendenza. Vorrei che imparassero da lei a non avere paura, a credere nelle proprie qualità, a non lasciarsi sottomettere, a perseguire i propri sogni anche quando la vita sembra difficile. Clarice era una donna di grande fede, anche se non aveva mai tempo per andare a messa. La sua santa preferita
era Santa Rita da Cascia, e uno dei momenti più belli della mia vita è stato realizzare il suo sogno: portarla al santuario di Cascia, poco prima che morisse. Se oggi sono la donna che sono, lo devo anche a lei. E spero che il suo esempio continui a vivere, forte e luminoso, nel cuore di chi verrà
dopo di noi.

Delia Farris

L’iniziativa rientra nel progetto “Parco multisensoriale-Beni Comuni”, finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna.